Lo Spirito di Dio... quale “Porta” di dialogo

Nel momento in cui si osserva lo Spirito Santo in quanto Azione Divina nel mondo (come abbiamo fatto nella precedente tappa), ci si inserisce tra l'altro nel “fiume” concettuale sgorgato dalla “sorgente” biblica costituita dal termine ebraico Rûah, che nella Tōrāh è usato per designare lo Spirito divino, il “Soffio vitale” governato da Dio e da Lui insufflato affinché sia la vita degli esseri che abitano in questo pianeta (cf. Il “Soffio vitale” della Rûah)... al punto che, rileva per esempio il teologo Edouard Cothenet, “per la Bibbia Dio è il solo a dominare la Rûah: la dà quando vuole ed è la vita degli uomini come degli animali, ma se la ritira è la morte immediata (Sal 104,30)” [1]...

Lo Spirito Santo: Azione Divina nel mondo

La “biblica promessa dello Spirito” che, come abbiamo visto nella tappa precedente, riecheggia nella profezie annunciatrici della Nuova Alleanza (Ger 31,31ss; Ez 36,26)... cristianamente parlando trova attuazione nell'azione dello Spirito Santo mediante il quale, per l'appunto, Dio agisce incessantemente nel mondo.
Tra gli evangelisti è in particolare Giovanni a presentare lo Spirito Santo come il Paraclito, l'Altro Inviato dal Padre (cfr. Gv 14,6; Gv 15,26) che successivamente alla Pasqua di Resurrezione di Cristo darà seguito alla sua azione divina sulla Terra.
Questa effusione dello Spirito da parte di Dio Padre, attraverso il Cristo, è annunciata dal Risorto la sera del primo giorno dopo il sabato (cfr. Gv 20,19-23):

La biblica promessa dello Spirito

“Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (Gioele 3,1).
Questa biblica promessa dello Spirito, presentata come segno dell'era messianica, riecheggia anche nelle profezie annunciatrici della Nuova Alleanza (Ger 31,31ss; Ez 36,26) durante la quale, attraverso il dono del suo Spirito, Dio avrebbe dato ai membri del suo popolo un “cuore nuovo”.
Nella prospettiva cristiana... questa attesa espressa dal Primo Testamento trova compimento con l’incarnazione del Verbo in Gesù di Nazareth, il vero Dio e vero uomo in cui confluiscono le due direttrici parallele sulle quali lo Spirito di Dio aveva “soffiato” il suo intervento nel corso della biblica storia della salvezza:

La concezione giovannea dello Spirito

Una delle peculiarità teologiche del Vangelo di Giovanni è costituita dall'importanza che vi è attribuita allo Spirito Santo, e dal modo in cui l'evangelista mette in risalto le promesse riguardanti la Sua venuta.
Prendendo in esame i brani del quarto Vangelo nei quali la parola greca pneuma (spirito) viene riferita alla presenza di Dio, sono riconoscibili alcuni aspetti fondamentali: 

L'effusione dello Spirito divino a quanti credono in Cristo, avviene a seguito di quella che nel linguaggio giovanneo viene definita la sua “glorificazione”, ovvero la sua elevazione sulla Croce seguita dalla sua Resurrezione (cf. Gv 7,39; 20,22).

Uno sguardo... alla visione paolina dello Spirito

Tra i numerosi passi che, all'interno dell'epistolario paolino, registrano la presenza dello Spirito Santo... ne possiamo scegliere alcuni che ci consentono di riepilogare la prospettiva teologica espressa da Paolo di Tarso.
Uno dei concetti cardine compare nella Lettera ai romani, dove si può leggere che “l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5).
Lo Spirito Santo è qui presentato come un dono che è frutto della Grazia, cioè dell'Amore con il quale il Padre nostro, di sua iniziativa, ama l'essere umano... ed è dunque mediante lo Spirito Santo – ci dice Paolo - che il Padre nostro “riversa nei nostri cuori”, cioè nella nostra interiorità, il suo Amore salvifico.

Alcuni "tratti" neotestamentari dello Spirito

Nelle Sacre Scritture giudaico-cristiane lo “Spirito di Dio” è “Santo” (in ebr. “Qadôsh”, in gr. “Hagios”) ed opera con potenza nel mondo pur rimanendovi intrinsecamente trascendente... manifestando qui, nell'immanenza, l'assoluta e divina Realtà (cf. « Il “Sacro” nella tradizione biblica »).
Biblicamente parlando, quando ci si riferisce allo “Spirito” divino si intende dunque una “forza” che promana da Dio e opera nel tempo della nostra storia umana.
Nella concezione specificamente cristiana, lo Spirito Santo è Dio stesso presente e operante in questa dimensione quale forza divina che sostiene il credente al fine di aiutarlo a percorrere la via della rettitudine e a porsi in piena comunione con Dio.

Uno sguardo sullo Spirito... dall'Antico al Nuovo Testamento

Già abbiamo rilevato in precedenza (vedi la tappa « Nel “vento” dello spirito ») che “spirito” è un termine suscettibile di diversi significati.

Nella concezione veterotestamentaria lo “Spirito” (in ebr. Rûah) divino è essenzialmente il “Soffio” proveniente da Dio che solleva e vivifica il corpo dell'essere umano e che, finché resta in lui, ne fa un “essere vivente” (in ebr. “nefesh”; cf. Gen 2,7).
La presenza di questa Forza divina si palesa nella respirazione dell'essere umano, tant'è vero che proprio il cessare del respiro “segnala” la morte della persona... in concomitanza con il ritorno a Dio del suo Spirito-rûah.

Gli autori del Nuovo Testamento attribuiscono all'espressione “Spirito di Dio” dei  significati diversi...

Sulle "ali" dello Spirito

Nelle ultime tappe abbiamo osservato alcune sfaccettature del concetto religioso di benedizione, prendendo in considerazione sia le sue più antiche radici veterotestamentarie, sia i più recenti sviluppi teologici “sbocciati” nel Nuovo Testamento.
Nella peculiare prospettiva cristiana, la benedizione trae il fondamento teologico dalla mediazione di Grazia che è esercitata da Cristo, e che si manifesta nell’azione dello Spirito Santo.    
Oltre ad essere il datore della Grazia, il Cristo ne è anche il Soggetto... e il credente che si pone in comunione con Lui, riceve da Lui la Grazia “insufflata” dallo Spirito di Dio (cf. Rm 5,5) che – ricorda per esempio Paolo di Tarso - è anche lo Spirito di Cristo (Rm 8,9), come abbiamo visto nella tappa “Uno sguardo rivolto alla concezione cristiana della grazia”.

La benedizione di ringraziamento

Oltre alla benedizione che è possibile ricevere in risposta alla propria richiesta di aiuto rivolta a Dio, esiste anche la benedizione che ogni credente può celebrare come rendimento di lode e grazie al Signore, per i doni da Lui ricevuti.
Mentre nel primo caso si tratta, in sostanza, di una preghiera di benedizione che “dice” in anticipo la Grazia divina, nella fiduciosa attesa che essa si manifesti nella vita della persona benedetta… nel secondo caso “benedire” significa esprimere la propria gratitudine di fronte alla Grazia divina che si è manifestata.
A tale riguardo, tra i numerosi passaggi dell’Antico Testamento basti pensare, solo per fare un esempio, alla preghiera di lode e ringraziamento che il salmista eleva a Dio dicendoGli “Benedici il Signore, anima mia!” (103,1.22; 104,1.35)… o anche “Benedetto il Signore, Dio d’Israele: egli solo compie meraviglie. E benedetto il suo nome glorioso per sempre: della sua gloria sia piena tutta la terra. Amen, amen” (Sal 72,18-19).
Un caso particolare di benedizione è costituito dal termine “benedetta/o” (in ebraico “barûk”) rivolto a colei e/o colui che sono riconosciuti come inviati di Dio, persone scelte dal Signore e nelle quali si rivela la sua Potenza e la sua Grazia.
Per esempio, Elisabetta si rivolge a Maria con le celebri parole “benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1,42)… e durante l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme, la folla lo acclama gridando “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mc 11,9).

Umane benedizioni

Oltre alla benedizione religiosamente celebrata dal ministro di culto (cf. la precedente tappa: "La benedizione invocativa")... esiste anche una benedizione che lo stesso credente può “autonomamente” rivolgere ad un altro essere umano, invocando su di lui, con fede, la protezione divina... ed esprimendo l’intenzione che il Signore manifesti il bene nella sua vita.

Inoltre, anche al di fuori della prospettiva della fede... una benedizione “profana” può essere di fatto formulata da qualsiasi persona che esprima un augurio di bene e prosperità a favore di qualcuno.

La benedizione invocativa

Oltre alla benedizione attribuibile direttamente a Dio (osservata nella precedente tappa) nelle pagine bibliche si trova anche la benedizione intesa come preghiera e/o invocazione che viene rivolta al Signore affinché elargisca la sua Grazia su un credente, oppure su altri esseri viventi… o anche perché il Signore benedica il cibo, gli oggetti, le case, i terreni.
In sostanza… la benedizione invocativa è una preghiera che assume il significato di “dire” in anticipo il “bene”, cioè il divino dono vivificante richiesto a Dio… confidando nell’esaudimento della petizione a Lui presentata.
Dono divino per eccellenza è evidentemente lo Spirito Santo, che si manifesta con i suoi frutti vitali, accordando rigenerazione e prosperità al credente che invoca la benedizione divina. 

Tra i brani biblici che permettono di riflettere sul significato invocativo della benedizione, particolarmente emblematica è la celebre vicenda di Giacobbe, che lotta tutta la notte, corpo a corpo, con “un uomo” misterioso (che in realtà è Dio) rifiutandosi di darsi per vinto, fino al momento in cui… dopo aver riconosciuta la realtà soprannaturale di quell’ “uomo”… praticamente lo “forza” a concedergli la sua benedizione: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!” (Gen 32,27).

La Benedizione Divina

Nella tappa precedente abbiamo cominciato ad addentrarci nel concetto biblico di benedizione, iniziando a mettere in evidenza come, nel suo significato originario, si tratti in sostanza di un dono divino che favorisce la prosperità della vita, e che è espresso mediante la parola.

Nella concezione biblica, in assoluto è soltanto Dio che può benedire, perché Lui è la Sorgente della vita (Sal 36,10) da cui sgorga ogni bene. 

Le radici bibliche della benedizione

Nel linguaggio religioso, la benedizione è la richiesta rivolta a Dio affinché effonda la sua Grazia su uno o più esseri viventi... o anche perché benedica degli oggetti materiali, in funzione del loro utilizzo a servizio dell’essere umano.
La peculiarità che contraddistingue l’effusione di Grazia che è propria della benedizione, è quella di avvenire attraverso la parola, la quale esprime e realizza il dono divino costituendo, per l’appunto, una simbiosi di “bene” e “dizione” (in greco “eu-loghìa”, in latino “bene-dictio”).

Nella tradizione biblica, i vari significati della benedizione richiesta a Dio, o anche da Lui concessa di sua iniziativa, traggono storicamente origine dalla radice ebraica brk (da cui il sostantivo berakah, il verbo barek e l’aggettivo barûk) che, nella sua origine etimologica, rimanda al “ginocchio”.

Uno sguardo rivolto... alla concezione cristiana della Grazia

Nella prospettiva teologica che scaturisce dal Vangelo di Giovanni, la massima espressione della Grazia di Dio è l'incarnazione del Verbo divino, che nel Cristo “si fa carne” (Gv 1,14) per annunciare la salvezza, e per consentire la sua piena realizzazione in coloro che Lo accolgono.
Il Cristo è la “personificazione” della Grazia (Gv 1,17), il definitivo ed immutabile Amen (Ap 3,14) posto da Dio sulla sua alleanza con l'umanità... la suprema espressione della sua perfetta fedeltà (Ap 19,11).

Le radici veterotestamentarie della Grazia divina

Da alcune tappe stiamo osservando la primaria importanza che il  termine “segno” ha assunto nel Nuovo Testamento - oltre che, per conseguenza, anche nel linguaggio teologico cristiano - per designare gli interventi miracolosi che Dio opera nella vita degli esseri umani.
Oggi ci soffermiamo invece su un altro termine che ha a che fare con il Soprannaturale, vale a dire Grazia... un vocabolo che è tra l'altro molto usato nel linguaggio popolare da parte dei credenti che si rivolgono al Signore per chiederGli una particolare grazia... e/o per ringraziarLo per le grazie ricevute.

Il "segno"... come “segnale” verso la meta

Da quando abbiamo cominciato ad osservare la funzione comunicativa dei miracoli operati da Gesù e raccontati dai Vangeli... abbiamo via via preso sempre maggior confidenza con il termine “segno” (in greco “semeion”), che meglio di ogni altro si presta a designare tale funzione.

“Segno” è, infatti, il termine primariamente usato dall'evangelista Giovanni per designare i miracoli di Gesù in quanto “segnali” che indicano qualcos'altro rispetto alla loro manifestazione materiale... nel senso che essi rinviano ad un particolare significato spirituale, in funzione del quale tali segni sono stati operati.

“Vedere” il Segno divino (Gv 6,26)

Nella tappa precedente abbiamo messo in evidenza come il segno divino lasci sempre, all'essere umano, la libertà di credere o di non credere... e strettamente collegata a questa libertà ce n'è anche un'altra, ovvero la libertà di vedere, o di non vedere, ciò che il Signore vuole effettivamente mostrarci mediante il suo divino intervento.
A tale riguardo, un passaggio biblico assai significativo si trova nel Vangelo di Giovanni, e precisamente nel discorso che Gesù tiene poco dopo aver effettuato il miracolo della moltiplicazione dei pani, quando si rivolge alle persone che hanno beneficiato del miracolo dicendo loro: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26).

"Segno"... e libertà

Nell'ambito di questo nostro percorso nel Soprannaturale, che nelle ultime tappe ha esplorato il rapporto tra il miracolo e la fede, apriamo adesso una parentesi che ci permette di soffermarci sul particolare aspetto dell'inviolabilità della nostra umana libertà, che non viene mai prevaricata dall'intervento del Padre Nostro.
Assumendo questa prospettiva... e tornando per esempio ai fondamentali aspetti del miracolo che abbiamo preso in considerazione nella tappa “parole miracolose nel Nuovo Testamento”, possiamo infatti osservare che:

a) Pur se l'aspetto ontologico del miracolo [designato dai termini “erga” (opere trascendenti) e “dynamis” (atto di potenza)] di per sé si impone, perché la straordinarietà degli interventi divini (che si manifestano in una maniera che oltrepassa le capacità umane e/o l'ordinarietà degli eventi) inevitabilmente determina lo stupore che è insito nell'etimologia della parola “miracolo” [dal latino “mirari”, (ammirare, meravigliarsi)]... in ogni caso, all'essere umano rimane comunque la libertà di credere, o di non credere.... ovvero di riconoscere tali avvenimenti straordinari come degli interventi divini o, invece, di attribuire la loro straordinarietà al caso, o magari anche a delle ipotetiche cause naturali al momento sconosciute.

b) Ancor più chiaramente "subordinato" all'umana libertà è poi l'aspetto di intenzionalità divina riconducibile al termine “sēmeion” (segno), perché il "messaggio" che Dio vuole dare con il miracolo semplicemente si propone all'essere umano, il quale ha la possibilità di riconoscerlo, o di ignorarlo.

I Segni divini in quanto "appelli" alla conversione interiore

Giunti a questo punto del nostro percorso, che da alcune tappe si sta svolgendo nei “territori” dei miracoli narrati nei Vangeli, abbiamo ormai chiaramente compreso come il compito primario dei “segni” miracolosi operati da Gesù sia quello di costituire un appello alla conversione e alla fede... ovvero di essere dei “richiami” volti ad instaurare un dialogo con le persone miracolate (o testimoni del miracolo)... stimolandole a far arretrare i “regni” dell'umano egoismo, così da far invece avanzare quel “Regno di Dio” che porta con sé "poteri e tesori" dello spirito, tra i quali carità, rettitudine, compassione, ecc. ecc.

Tra incredulità e fede

Dopo esserci soffermati per un po' sul “terreno” teologico della fede in quanto causa del miracolo, torniamo adesso a focalizzare la nostra attenzione sulla fede intesa invece come suo effetto.
Questo effetto è tutt'altro che scontato, come si può per esempio evincere dai Vangeli, dove si possono rilevare alcuni dei classici motivi per i quali l'essere umano può “fare resistenza” al segno miracoloso rispondendo con l'incredulità anziché con la conversione interiore... fino a negare l'evidenza pur di chiudere gli “occhi” della fede.
Tra i vari fattori di tale “resistenza”, va annoverata l'ottusità spirituale (Gv 9,39-41), spesso arroccata in un tradizionalismo incapace, per partito preso, di accettare qualsiasi novità divergente dallo status quo... per quanto il carattere divino di tale novità possa essere evidente (cf. Gv 5,16; 9,16).
In altri casi, a favorire l'incredulità sono degli stati d'animo abitati da paura ed opportunismo: questo è quanto si evince per esempio nel brano in cui si legge che i capi dei sacerdoti e i farisei si preoccupano del fatto che i segni compiuti da Gesù gli favoriscano un seguito popolare socialmente “destabilizzante”, che rischia di provocare un intervento dei Romani che distruggerebbe il Tempio e la nazione giudaica (cf. 11,47 s).

La fede... in sintonia con il Verbo divino

Nelle ultime tappe abbiamo dunque cominciato ad osservare da vicino il complesso rapporto tra miracolo e fede, seguendo sostanzialmente questo percorso:
- Dapprima abbiamo preso in considerazione “la fede come causa del miracolo”;
- Poi abbiamo guardato l'altra faccia della medaglia, ovvero “il miracolo come causa della fede”;
- Brevemente, ci siamo anche soffermati sul ruolo svolto dal “miracolo per ravvivare la fede”;
- Infine, abbiamo posto in evidenza la particolare condizione interiore alla quale è possibile ambire, per incarnare in sé la “beatitudine della fede”... ovvero la capacità di credere anche senza avere visto dei segni (cf. Gv 20,29).

Se quest'ultimo aspetto, ovvero la condizione interiore dei “Beati della fede”, è dunque il punto di arrivo verso il quale il credente è chiamato a procedere... è pur vero che, cammin facendo, la fede continua giustamente a rivestire anche il “ruolo” di “causa del miracolo”... cioè di mezzo attraverso il quale poter chiedere a Dio gli aiuti soprannaturali che si rendono necessari nelle proprie vite.

La "Beatitudine della fede"

Se è vero... come abbiamo visto nella tappa precedente... che in certi casi Gesù opera i miracoli per ravvivare la fede... è anche vero che una fede che abbia necessariamente bisogno dei miracoli per “sopravvivere”, dimostra di essere una fede ancora imperfetta.
Questo concetto trova una particolare sottolineatura in un brano molto noto del Vangelo di Giovanni, quello che ha per protagonista l'apostolo Tommaso il quale, a differenza degli altri discepoli, non è stato presente alla prima apparizione del Signore risorto... e proprio per questo motivo egli non crede a loro, quando gli dicono “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25).

Il "Segno" divino... che ravviva la fede

Nelle due tappe precedenti abbiamo cominciato a rilevare la complessità del rapporto tra fede e miracolo, osservando come in certi casi la fede sia il presupposto indispensabile del miracolo... ed in altri casi sia invece il miracolo a precedere la fede, suscitandola.
Un ulteriore aspetto insito in questo rapporto, è quello che prendiamo oggi in considerazione, e che possiamo comprendere se teniamo conto della fondamentale caratteristica dell'esistenza umana, ovvero il fatto di svolgersi in un susseguirsi di esperienze che comportano, per la persona che le vive, la necessità di un dinamico e continuo aggiornamento della sua condizione interiore.

Il miracolo... come "causa" della fede

Anche se, come abbiamo appena visto, in molti dei casi narrati dai Vangeli la “fede-fiducia” delle persone bisognose è l'indispensabile presupposto dei miracoli operati da Gesù... in altri casi i “ruoli” di questo rapporto binario si invertono... perché sono i miracoli da Lui operati a svolgere la funzione di suscitare la fede nelle persone che sono beneficiarie e/o testimoni del suo divino intervento.
Basti pensare ad alcuni celebri “segni” operati da Gesù e narrati dall'evangelista Giovanni, come per esempio il miracolo della trasformazione dell'acqua in vino alle nozze di Cana, con il quale “Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,11), o la stessa risurrezione di Lazzaro, a seguito della quale “molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui” (cf. Gv 11,45).

« La tua fede ti ha salvato » (Mc 10,52)

Siamo da poco giunti, in questo nostro percorso nel Soprannaturale, a prendere in considerazione la funzione comunicativa del miracolo, cioè il messaggio religioso che vi è contenuto... soffermandoci in un ambito concettuale dove abbiamo posto in evidenza il miracolo anche come parte del linguaggio simbolico attraverso il quale Gesù ha comunicato all'umanità la Realtà trascendente del Padre suo, e nostro.
Così facendo, abbiamo anche creato le premesse per poter adesso focalizzare la nostra attenzione sul rapporto tra il miracolo e la fede perché, evidentemente, senza la fede il credente non potrebbe cogliere appieno il significato spirituale/simbolico dell'avvenimento miracoloso con il quale Dio interviene nella sua vita.
Per cominciare ad osservare da vicino questo basilare rapporto tra miracolo e fede, bisogna peraltro partire dall'evidenziare che il ruolo della fede non può certo essere ridotto ad una sorta di “decodificatore”, a posteriori, del significato spirituale comunicato dal miracolo.

Swami Roberto... e la mia prima volta al suo Sacro Darshan

Subito dopo aver affrontato il tema del “vedere che vede oltre”... mi viene naturale tornare oggi ad aprire una parentesi marcatamente personale di questo mio viaggio, come già ebbi modo di fare qualche tempo fa, quando vi parlai dell’evento miracoloso che segnò profondamente la mia vita interiore (cf. “Swami Roberto... e il mio “faccia a faccia” con il Soprannaturale”).
Il fatto che mio papà, a cui i medici avevano dato poche settimane di vita, si fosse miracolosamente ripreso grazie all'intervento di Swami Roberto, fu un'esperienza che mi portò a rimettere in discussione molte delle “certezze” razionali sulle quali fino ad allora si era poggiata la mia esistenza, perché la scienza... che fino ad allora era stata il mio “dio”...  d'un tratto si era rivelata clamorosamente “piccina”, assolutamente incapace di spiegare quella straordinaria ripresa di mio papà, che io avevo personalmente constatato.

Il "vedere"... che vede oltre

Nel corso di questo nostro viaggio, siamo da poco giunti a mettere in evidenza come i miracoli operati da Gesù avvengano sempre per un motivo ben preciso, che risponde alla precisa esigenza interiore della persona che ne è direttamente beneficiaria o, eventualmente, anche delle persone che sono testimoni del suo intervento divino (cf. Per Volontà divina... e non “a comando”).
Questo principio presuppone evidentemente un “canale” di conoscenza soprannaturale grazie al quale il Cristo "vede" la situazione interiore dell'essere umano... e proprio in virtù di questa conoscenza superiore, interviene nei modi e nei tempi opportuni... per donare il suo miracoloso aiuto.

Un caso esemplificativo

Per mettere ulteriormente a fuoco l'aspetto di cui ci siamo occupati nella tappa precedente, ovvero il fatto che i miracoli divini non sono certo compiuti “a comando” (cioè per "ordine" di un qualche essere umano), ma soltanto in attuazione della suprema e perfetta Volontà del Padre Nostro... ci è utile adesso ricordare il brano di Matteo (16,1-4) nel quale i farisei e i sadducei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”, e Gli chiedono di mostrare a loro “un segno dal cielo”.
Il Rabbi di Nazaret respinge questa richiesta affibbiando ai suoi interlocutori la dura espressione di “generazione malvagia e adultera” perché, evidentemente, nel chiederGli questo segno che Lo accrediti come inviato di Dio, essi hanno un'intenzione che non è certo il frutto di sincerità e bontà d'animo.

Per Volontà divina... e non "a comando"

Come abbiamo visto nelle tappe precedenti, i miracoli compiuti da Gesù nelle differenti situazioni, assolvono a delle funzioni di attestazione della sua identità divina, di liberazione dal male e di comunicazione del suo messaggio.
Il Cristo non compie alcun intervento prodigioso che si ponga al di fuori di questo ventaglio di significati, ed è in questa prospettiva che è possibile comprendere il modo in cui Lui risponde a chiunque gli richieda delle azioni miracolose sulla base di motivazioni diverse... come quelle che per esempio rientrano nelle aspettative degli increduli che pretenderebbero delle rassicuranti prove soprannaturali volte a “facilitare” la loro fede (Gv 2,18-19; 4,48)... degli avversari religiosi che vorrebbero provocarLo (Mt 12,38; 16,1-4)... o anche di coloro che vorrebbero indurLo a fare dei miracoli per Sé stesso, anziché per il bene degli esseri umani (Mc 15,29-32).

La dimensione simbolica del miracolo

In questa fase del nostro viaggio, nel quale stiamo addentrandoci nella fondamentale “funzione comunicativa del miracolo”, passiamo adesso attraverso la “messa a fuoco” del concetto di “simbolo” (in greco sýmbolon), un termine che deriva dal verbo greco symbállein (“mettere insieme”, “accostare”) e, dal punto di vista etimologico, è contrapposto al termine diábolos (che letteralmente significa “colui che divide”).
In senso religioso, il simbolo indica qualcosa di appartenente alla realtà sensibile...  che rimanda a qualcos'altro, di appartenente alla realtà spirituale-trascendente... e dunque svolge la funzione di "mettere insieme" tempo ed eternità, relativo ed assoluto, limite e perfezione... creando così un trait d'union tra la realtà concreta e sperimentabile nella quale ci troviamo, e la dimensione trascendente.