Swami Roberto... e la mia prima volta al suo Sacro Darshan

Subito dopo aver affrontato il tema del “vedere che vede oltre”... mi viene naturale tornare oggi ad aprire una parentesi marcatamente personale di questo mio viaggio, come già ebbi modo di fare qualche tempo fa, quando vi parlai dell’evento miracoloso che segnò profondamente la mia vita interiore (cf. “Swami Roberto... e il mio “faccia a faccia” con il Soprannaturale”).
Il fatto che mio papà, a cui i medici avevano dato poche settimane di vita, si fosse miracolosamente ripreso grazie all'intervento di Swami Roberto, fu un'esperienza che mi portò a rimettere in discussione molte delle “certezze” razionali sulle quali fino ad allora si era poggiata la mia esistenza, perché la scienza... che fino ad allora era stata il mio “dio”...  d'un tratto si era rivelata clamorosamente “piccina”, assolutamente incapace di spiegare quella straordinaria ripresa di mio papà, che io avevo personalmente constatato.

Il "vedere"... che vede oltre

Nel corso di questo nostro viaggio, siamo da poco giunti a mettere in evidenza come i miracoli operati da Gesù avvengano sempre per un motivo ben preciso, che risponde alla precisa esigenza interiore della persona che ne è direttamente beneficiaria o, eventualmente, anche delle persone che sono testimoni del suo intervento divino (cf. Per Volontà divina... e non “a comando”).
Questo principio presuppone evidentemente un “canale” di conoscenza soprannaturale grazie al quale il Cristo conosce la situazione interiore dell'essere umano... e proprio in virtù di questa conoscenza superiore, interviene nei modi e nei tempi opportuni... per donare il suo miracoloso aiuto.

Un caso esemplificativo

Per mettere ulteriormente a fuoco l'aspetto di cui ci siamo occupati nella tappa precedente, ovvero il fatto che i miracoli divini non sono certo compiuti “a comando” (cioè per "ordine" di un qualche essere umano), ma soltanto in attuazione della suprema e perfetta Volontà del Padre Nostro... ci è utile adesso ricordare il brano di Matteo (16,1-4) nel quale i farisei e i sadducei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”, e Gli chiedono di mostrare a loro “un segno dal cielo”.
Il Rabbi di Nazaret respinge questa richiesta affibbiando ai suoi interlocutori la dura espressione di “generazione malvagia e adultera” perché, evidentemente, nel chiederGli questo segno che Lo accrediti come inviato di Dio, essi hanno un'intenzione che non è certo il frutto di sincerità e bontà d'animo.

Per Volontà divina... e non "a comando"

Come abbiamo visto nelle tappe precedenti, i miracoli compiuti da Gesù nelle differenti situazioni, assolvono a delle funzioni di attestazione della sua identità divina, di liberazione dal male e di comunicazione del suo messaggio.
Il Cristo non compie alcun intervento prodigioso che si ponga al di fuori di questo ventaglio di significati, ed è in questa prospettiva che è possibile comprendere il modo in cui Lui risponde a chiunque gli richieda delle azioni miracolose sulla base di motivazioni diverse... come quelle che per esempio rientrano nelle aspettative degli increduli che pretenderebbero delle rassicuranti prove soprannaturali volte a “facilitare” la loro fede (Gv 2,18-19; 4,48)... degli avversari religiosi che vorrebbero provocarLo (Mt 12,38; 16,1-4)... o anche di coloro che vorrebbero indurLo a fare dei miracoli per Sé stesso, anziché per il bene degli esseri umani (Mc 15,29-32).

La dimensione simbolica del miracolo

In questa fase del nostro viaggio, nel quale stiamo addentrandoci nella fondamentale “funzione comunicativa del miracolo”, passiamo adesso attraverso la “messa a fuoco” del concetto di “simbolo” (in greco sýmbolon), un termine che deriva dal verbo greco symbállein (“mettere insieme”, “accostare”) e, dal punto di vista etimologico, è contrapposto al termine diábolos (che letteralmente significa “colui che divide”).
In senso religioso, il simbolo indica qualcosa di appartenente alla realtà sensibile...  che rimanda a qualcos'altro, di appartenente alla realtà spirituale-trasccendente... e dunque svolge la funzione di mettere insieme tempo ed eternità, relativo ed assoluto, limite e perfezione... creando così un trait d'union tra la realtà concreta e sperimentabile nella quale ci troviamo, e la dimensione trascendente.

I miracoli di Gesù... e la loro funzione di "comunicazione"

Dopo aver cominciato ad approfondire il significato dei miracoli compiuti da Gesù, evidenziando prima la loro "funzione di attestazione" e poi anche la loro "funzione di liberazione del male"... prendiamo adesso in considerazione la loro funzione comunicativa, che delle tre è la più importante.
Infatti, pur se si tratta di funzioni collegate e contemporaneamente presenti, la fondamentale ragion d'essere degli eventi miracolosi narrati dai Vangeli è quella di suscitare nei beneficiari lo stimolo a ravvivare il dialogo con Dio e a maturare un proficuo cambiamento interiore rivolto alla salvezza.

I miracoli di Gesù... e la loro funzione di "liberazione dal male"

Nella tappa precedente abbiamo visto come una prima funzione dei miracoli operati da Gesù sia quella di attestare che Egli è il Figlio inviato dal Padre, nato in questa terra per dare inizio all'era messianica annunciata dai profeti e, dunque, per rendere concretamente presente la divina salvezza.
In questo senso, i racconti dei Miracoli neotestamentari vanno compresi come “segni” dell'avvento di tale salvezza profeticamente promessa per i tempi messianici... una salvezza che, peraltro, i miracoli di Gesù non soltanto proclamano, ma effettivamente realizzano, perché in Lui si manifesta la potenza divina che per esempio, come testimoniano i Vangeli, guarisce dalla malattia “salvando” dalla morte fisica.

I miracoli di Gesù... e la loro funzione "di attestazione"

Come abbiamo visto percorrendo la tappa « Parole "miracolose" nel Nuovo Testamento », i due termini greci che nei Vangeli mettono in evidenza la causalità divina, cioè il cosiddetto "aspetto ontologico" del miracolo -  designandolo chiaramente come un fatto soprannaturale che non può essere operato dagli esseri umani - sono erga (opere trascendenti) e dynameis (atti di potenza).
Per esempio, nel quarto Vangelo Gesù si riferisce ai suoi miracoli definendoli come le “opere (erga) che nessun altro ha mai compiuto” (Gv 15,24), e proprio questo carattere trascendente delle sue “opere” - rispetto ad ogni azione possibile agli esseri umani - viene da Lui menzionata come prova della sua identità divina:  
“Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro credetelo per le opere (erga) stesse” (Gv 14,11).

Un primo sguardo d'insieme sui miracoli di Gesù

Gettando un primo sguardo d'insieme sui fatti miracolosi operati da Gesù e raccontati dai Vangeli, possiamo subito renderci conto che si tratta, nella maggioranza dei casi, di opere misericordiose in favore dei sofferenti... con una particolare attenzione per coloro che si trovano nelle condizioni socialmente più svantaggiate.
I miracoli di Gesù sono in sostanza degli atti d’amore mediante i quali Egli comunica i contenuti del suo messaggio e, nelle diverse occasioni, il Cristo esprime in modi diversi il suo amore misericordioso per l'essere umano... che Egli vuole guidare a “risanare” il suo rapporto con Dio.
E' in questa prospettiva che, per esempio, i miracoli di guarigione con i quali Gesù fa riacquistare l'udito ai sordi e la vista ai ciechi, vanno letti anche come dei “segni” rivolti alla loro interiorità, affinché riacquistino pienamente la capacità spirituale di “ascoltare” e “vedere” il Signore.

Parole "miracolose" nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento, le principali parole greche usate per indicare il miracolo, sono “dynamis” (atto di potenza), “erga” (opere trascendenti), “teras” (prodigio), “sēmeion” (segno).
Come già avevamo fatto nel post «Parole "miracolose" nella Bibbia ebraica», anche in questo caso possiamo abbozzare una basilare distinzione tra tali “parole miracolose” utilizzate nel Nuovo Testamento, assumendo quale riferimento la classica tripartizione che individua nel miracolo biblico “un prodigio religioso (aspetto psicologico: punto di vista dello spettatore o testimone), un’opera di potenza (aspetto ontologico: punto di vista della causa che lo produce), un segno mandato da Dio (aspetto semiologico: comprensione dell’intenzionalità)”.

Una finestra sull'evoluzione storica della concezione di miracolo

In questa fase del nostro percorso nel Soprannaturale, ci accingiamo a lasciare momentaneamente in disparte la concezione “ordinaria” di miracolo che abbiamo rivisitato a partire dalla tappa « Il “miracolo” nella tradizione ebraica »… per focalizzare la nostra attenzione unicamente sul miracolo inteso nella sua accezione “straordinaria”, in ciò obbligati dal fatto che siamo in procinto di orientare il nostro sguardo sui segni miracolosi, evidentemente straordinari, operati da Gesù nel corso del suo ministero pubblico.

"Ordinarietà" e straordinarietà del miracolo

Mentre percorrevamo la tappa « Il "miracolo" nella tradizione ebraica », abbiamo rivisitato la concezione veterotestamentaria che riconosce come miracolosa anche l’azione compiuta da Dio negli abituali processi naturali, tant’è vero che la Tōrāh si riferisce talvolta ai fenomeni cosmici facendo uso di alcuni dei termini che abbiamo incontrato nella tappa « parole “miracolose” nella Bibbia ebraica », come “gedulôt” (in gr. megaleia “cose grandi”) e niphla’ōt (in gr. Thaumasia, “meraviglie del Signore”).
E’ questo il principio teologico che, per esempio, è richiamato anche in un versetto dell’ultimo libro dell’Antico Testamento, il Libro della Sapienza, nel quale leggiamo: “dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro Autore” (Sap 13,5).

« Non tenterete il Signore vostro Dio » (Dt 6,16)

Da alcune tappe stiamo rivisitando, da varie angolature, la concezione biblica di miracolo... ed ormai ci è dunque chiaro come la sua primaria caratteristica non sia tanto la "prodigiosità" di un determinato avvenimento, quanto invece il fatto che in esso sia riconoscibile un messaggio straordinario che Dio vuole comunicare all’essere umano… rispetto al quale l’eccezionalità dell’aspetto fenomenico passa in secondo piano.
Un ulteriore risvolto teologico della questione-miracolo, è messo in evidenza da un celebre ammonimento contenuto nel Deuteronomio: “Non tenterete il Signore, vostro Dio” (Dt 6,16).

Tempismo prodigioso

Abbiamo appena visto come nella prospettiva biblica riscontrabile nelle pagine dell’Antico Testamento, il “miracolo” sia un atto di Dio che può essere riconosciuto anche nello svolgersi ordinario degli eventi naturali.
A rivelare la “miracolosità” degli atti divini è sempre e comunque lo sguardo religioso che, sulla base di due fondamentali “coordinate”, identifica tali atti come azioni mediante le quali Dio entra in dialogo con l’essere umano.
La prima di queste due coordinate è quella appena evidenziata, costituita dall’ambito dei fenomeni naturali nei quali si rende palese l’atto di potenza divina… mentre la seconda è costituita dallo scorrere della storia di Israele, all’interno della quale possono distinguersi delle “circostanze” temporali che, nella loro particolarità, possono presentarsi quali “segni” dell’azione provvidenziale di Dio.

Il "miracolo" nella tradizione ebraica

Dopo aver gettato uno sguardo sui fatti miracolosi raccontati nel libro dell’Esodo, tradizionalmente considerati come gli eventi fondatori della biblica storia della salvezza, possiamo adesso abbozzare un primo “ritratto” del miracolo utilizzando i fondamentali “colori” teologici attinti dalla “tavolozza” che ci è fornita dalla tradizione ebraica.
Insieme a tali eventi fondatori (che in latino sarebbero poi stati ribattezzati “Mirabilia Dei”), nell’Ebraismo sono considerati miracoli anche certi altri eventi particolari che si presentano come una insolita azione di Jahvè, una sua opera potente che suscita meraviglia e si inserisce nel suo piano provvidenziale per la salvezza del “popolo dell’alleanza… ma non solo.
Nella concezione religiosa ebraica è considerato miracoloso anche il fatto che Jahvè, dopo aver manifestato la creazione (Cf. Gen 1,1ss), la rinnovi poi continuamente, di giorno in giorno, in modo che il mondo continui ad esistere… così come è miracoloso l’incessante “soffio” della vita che Dio insuffla nel corpo dell'essere umano e di ogni essere vivente (Cf. Il “Soffio vitale” della Rûah).

Swami Roberto... e il mio "faccia a faccia" con il Soprannaturale

Nell'ambito di questo mio viaggio apro oggi una parentesi per raccontarvi un momento del mio passato che non potrò mai dimenticare... ovvero il giorno in cui, oltre trent’anni fa, mi recai dal medico del mio paese per conoscere l'esito degli esami ai quali si era sottoposto mio papà Vasco, che nelle settimane precedenti aveva accusato una tosse persistente e un generale deperimento fisico.
Nell’attesa di quel responso medico, mia mamma aveva chiesto aiuto a Swami Roberto ottenendo questa risposta:
“Il medico vi dirà che non ci sono più speranze, che la massa tumorale ha intaccato entrambi i polmoni e non è operabile, che a Vasco restano non più di due o tre mesi di vita… ma voi non rassegnatevi! Unitevi alle mie preghiere, e vedrete che si riprenderà e potrà tornare a lavorare nei suoi campi”.

Le "Meraviglie di Dio", nella prospettiva del Libro biblico dell'Esodo

Nell'arco della storia religiosa del popolo ebraico ci sono in particolare due periodi che sono fortemente caratterizzati dalla presenza di interventi divini straordinari, mediante i quali Jahvè manifesta la sua benevolenza nei confronti del popolo ebraico.
Si tratta rispettivamente del periodo dell'Esodo, (XIII sec. a.C. ca) nel quale il Dio-liberatore opera in modo diretto... e il tempo di Elia e di Eliseo (IX-VIII sec. a.C. ca.), nel quale Egli opera attraverso i profeti.
Se focalizziamo lo sguardo sul libro dell'Esodo, possiamo osservare che la caratteristica dei miracoli che vi compaiono “non è di sospendere le leggi della natura, ma di manifestare con intensità la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il valore del miracolo non sta allora nel suo carattere sorprendente; fatti del tutto normali se carichi di significato possono essere miracolosi” (Cf. Maurice Carrez, Grande Dizionario delle Religioni, Cittadella Editrice, Assisi 1990, p.1349).
Nell’antico Israele biblico l’avvenimento “miracoloso” è infatti considerato tale non perché infranga le "leggi della natura" (le quali sono un concetto scientifico moderno, e non biblico), bensì perché palesa delle caratteristiche che lo fanno riconoscere come un intervento di Dio che si inserisce in modo “meraviglioso” nel corso della natura e del tempo, operando dei palesi effetti provvidenziali in favore della comunità alla quale l’avvenimento miracoloso è rivolto.

Parole "miracolose" nella Bibbia ebraica

Per poter rivisitare la più antica concezione biblica di miracolo, bisogna innanzitutto colmare una distanza terminologica perché questa parola, derivante dal latino miraculum, non ha un termine ebraico o greco che sia letteralmente corrispondente.
Pertanto, è necessario individuare le parole bibliche che sono state usate dai vari autori veterotestamentari per descrivere i fatti meravigliosi attribuiti ad un intervento speciale di Dio, prestando poi attenzione al modo in cui queste parole sono state usate.

Un primo sguardo sulla "causa divina"

Nelle due tappe precedenti abbiamo visto che un semplice fatto “oggetto di meraviglia”, nella prospettiva religiosa viene riconosciuto come “miracolo” quando gli viene attribuita una “causa divina”, in base alla quale viene interpretato come un dono salvifico di Dio, un’espressione del suo provvidenziale Amore per l’umanità.
In una classica accezione del termine, il miracolo viene inteso come “un evento o fatto sensibile in cui si manifesta la potenza di Dio e che trascende sia l’esperienza umana che le leggi della natura” (Dizionario del Cristianesimo, Suppl. a Jesus – anno XXII – marzo 2000  - Edizioni San Paolo Milano, p.106)... laddove in genere è proprio l'idea di trovarsi di fronte ad un fenomeno che supera le cause e le leggi naturali, a far sì che tale fenomeno venga attribuito a Dio, vale a dire alla causa divina dalla quale proviene la forza superiore alla natura stessa.

Il "Miracolo", una definizione di partenza

Pur se nel linguaggio moderno il termine “miracolo” è ormai usato anche nella quotidianità "profana", con frasi del tipo "è un miracolo che tu sia arrivato puntuale a questo nostro appuntamento", "gli anni del miracolo economico sono un lontano ricordo", ecc. ecc.... l'ambito "naturale" e originario del miracolo è quello religioso, sul quale ci apprestiamo adesso a focalizzare la nostra attenzione.

Fatti "oggetto di meraviglia"

Continuando a seguire il “Vento” dello Spirito Santo, che ci ha accompagnato nelle ultime tappe di questo nostro viaggio nella dimensione soprannaturale, ci affacciamo adesso sul “territorio” teologico del miracolo, l’evento particolare operato da Dio - direttamente o attraverso un suo intermediario - nell'ambito di attuazione del Suo piano provvidenziale per la salvezza dell’umanità.

Lo Spirito di Dio, nel Cristo

Nel corso della tappa “Rûah in azione transitoria... e permanente”, abbiamo rivisitato la tradizionale concezione giudaica secondo la quale lo Spirito di Dio avrebbe dimorato in modo permanente sul Re-Messia, cioè su Colui che non sarebbe stato consacrato da mano d’uomo ma, ben di più, sarebbe stato unto direttamente da Jahvè.
Nell’attesa giudaica il Messia avrebbe dato inizio ad un tempo di felicità e santità - la cosiddetta “era messianica” - nel quale si sarebbe compiuto l’annuncio profetico di Gioele : “Io (il Signore) effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3,1).

I doni dello Spirito: Timore-Amore (Jir'at) del Signore

Il secondo “componente” dell'ultima coppia degli isaiani doni dello Spirito, che abbiamo cominciato ad osservare nella tappa precedente (“I doni dello Spirito: Conoscenza”), è costituito dalla rûah jir'at JHWH (Is 11,2), ovvero da quello che viene normalmente tradotto come “Spirito del timore del Signore”.
A differenza dell’uso linguistico moderno, nel quale “timore” e “paura” sono grossomodo equiparati, nel linguaggio biblico la “paura” ha sempre una valenza negativa, mentre invece il “timore” è una virtù, quando è rivolto al Signore.

I doni dello Spirito: Conoscenza (Da'at)

La terza ed ultima coppia dei doni dello Spirito di cui parla Isaia (11,2), è costituita dallo “Spirito di Conoscenza” (rûah da'at) e dallo “Spirito del Timore del Signore” (rûah jir'at JHWH).
Il primo di questi due doni spirituali può essere compreso a partire dal verbo semitico Jada’ , che è tradizionalmente tradotto come "conoscere", ma il cui significato non va però ricondotto unicamente a quella forma astratta di sapere che è ottenuto mediante l’uso dell’umana intelligenza.
Ben di più della mera sfera intellettiva, il “conoscere” biblico coinvolge infatti anche la sfera esistenziale dell’essere umano... il quale arriva effettivamente a conoscere una realtà solo nella misura in cui riesce ad entrarvi pienamente in relazione, facendone cioè un’esperienza personale, concreta e profonda.

I doni dello Spirito: Consiglio ('Esah) e Fortezza (Gheburah)

La seconda coppia dei doni dello Spirito che Isaia indica nella sua visione profetica (Cf. Is 11,2), è composta dallo Spirito del Consiglio (in ebraico ‘Esah) e dallo Spirito della fortezza (in ebraico Gheburah).
Com’è noto, nel comune linguaggio “profano” il consiglio è il suggerimento che viene dato “a fin di bene” ad una persona, per aiutarla a dirimere i suoi dubbi e/o ad orientare le sue scelte, in modo da consentirle di agire per il meglio.
Nella prospettiva biblica, questo risvolto pratico del consiglio trova la sua sublimazione in quello Spirito del Consiglio che ha la sua “Sorgente” nella Volontà provvidente di Dio, Il quale è l'Unico a sapere cosa sia per davvero “il meglio” per ciascuno di noi:

I doni dello Spirito: Sapienza (Hokmah) e Intelligenza (Bînah)

Seguendo il biblico “vento” della Rûah-Jahvè, nella tappa precedente siamo dunque giunti nel brano di Isaia dove il profeta annuncia i doni che lo Spirito di Dio porrà, in maniera permanente, sul germoglio-Messia.
Adesso focalizziamo la nostra attenzione su questi doni, e cominciamo col rilevare una particolarità riscontrabile nel versetto che li elenca:

Il "Germoglio"... su cui si posa lo Spirito del Signore (Is 11,1-9)

« Il bambino metterà la mano
nel covo del serpente velenoso…
La conoscenza del Signore riempirà la terra
come le acque ricoprono il mare.»
(Is 11,8-9)
Come già abbiamo visto nel corso della tappa « Il "Soffio ispiratore" della Rûah »... nell’attesa giudaica il Messia sarebbe stato il re-perfetto, Colui che avrebbe sublimato l’idea stessa di sovranità consentendo l’instaurazione di un tempo di pace e giustizia, la cosiddetta “era messianica”, riflesso terrestre della santità di Jahvè.
Ciò avrebbe potuto accadere perché sul Messia avrebbe dimorato in modo permanente la Rûah Jahvè, lo Spirito di Dio che Gli avrebbe conferito stabilmente delle facoltà sovrumane e Gli avrebbe permesso così di pensare e agire allo stesso modo in cui pensa e agisce Jahvè.
Le caratteristiche del futuro Messia sono riconoscibili nel brano in cui Isaia canta l’intronizzazione di un nuovo re, il quale viene definito come “un germoglio che spunterà dal tronco di Iesse” (Cfr. 11,1-9).

Rûah in azione transitoria... e permanente

Come abbiamo visto nella tappa precedente, il Primo Testamento rivela lo Spirito di Dio in quanto forza divina che agisce nelle persone rendendole capaci di compiere atti o di pronunciare parole straordinarie, ben oltre le loro umane capacità… e tra le svariate distinzioni che è possibile rilevare all’interno di questa azione soprannaturale della Rûah Jahvè, una riguarda la sua durata nel tempo:

Il "Soffio ispiratore" della Rûah

All’interno della prospettiva teologica che caratterizza le antiche pagine della Bibbia ebraica, per la quale lo Spirito è un modo che Dio ha di rivelarsi e di agire nel tempo della storia, abbiamo dunque visto che la Rûah è la potenza di vita che promana da Jahvè, espandendo ovunque nel cosmo il suo fecondo “respiro” vitale.
Nell’altra sua fondamentale funzione, la Rûah è anche lo Spirito che Jahvè “soffia” sulle persone da Lui scelte... sia per conferire ai Giudici e ai Re un “carisma” che li rende suoi mandatari nella guida del popolo dell'Alleanza… sia per ispirare i Profeti a parlare per suo conto, illuminandoli anche sul significato che gli avvenimenti storici assumono quali espressioni del suo divino piano di salvezza.

Il “Soffio vitale” della Rûah

Prendendo in considerazione le due fondamentali “fonti” che hanno alimentato il pensiero occidentale, ovvero la “sorgente sacra” della rivelazione biblica e quella “pagana” della filosofia greco-ellenistica, il termine “spirito” può assumere vari significati… all’interno dei quali focalizziamo adesso l’attenzione sulla parola ebraica rûah, utilizzata biblicamente per indicare lo Spirito di Dio, ma anche lo spirito vitale umano e animale, come pure il vento.
Diversamente da una concezione meramente astratta di spirito, nel suo primario significato biblico la Rûah è il “soffio vitale” che pervade la biosfera, espandendosi ovunque nello spazio e costituendo pertanto una realtà cosmica invisibile ma concreta.